07 agosto 2026, raccolto da A. Volpi
Bernie Sanders non sta facendo alcun favore ai Democratici
Il New York Times pubblica un editoriale dal titolo eloquente: Bernie Sanders Is Not Doing the Democrats Any Favors. Dietro la pretesa di offrire una fredda analisi elettorale, il testo tradisce soprattutto l’inquietudine dell’establishment democratico davanti all’avanzata di una sinistra che non riesce più a neutralizzare. La vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie del Michigan viene trattata non come un successo politico da comprendere, ma come un problema da ridimensionare. Il ragionamento è quasi grottesco: se la sinistra perde, dimostra di essere impresentabile; se vince, la vittoria non vale perché un candidato moderato immaginario avrebbe forse ottenuto un margine più ampio. Cambiano i criteri, purché il verdetto resti lo stesso. Ciò che spaventa davvero non è un singolo candidato, ma il lavoro politico avviato da Bernie Sanders. Dopo le campagne del 2016 e del 2020, Sanders non ha sciolto il proprio movimento dentro l’apparato democratico: ha contribuito a formare quadri, sostenere candidati e costruire una rete capace di riprodursi. Da Alexandria Ocasio-Cortez a Zohran Mamdani, fino a El-Sayed, sta emergendo una classe dirigente che non dipende interamente dai finanziatori, dai consulenti e dalle gerarchie tradizionali del partito. Lo scontro non riguarda soltanto le diverse tattiche elettorali. È un conflitto sulla natura stessa del Partito Democratico: da una parte, un apparato legato al grande capitale, ai donatori e alla gestione tecnocratica dell’ordine esistente; dall’altra, una corrente ancora contraddittoria e non rivoluzionaria, ma sostenuta da settori del lavoro salariato, dai giovani e da quanti non accettano più che la politica si limiti ad amministrare le disuguaglianze.
L‘establishment ripete che il partito sarebbe «troppo a sinistra», ma dimentica che per decenni ha applicato politiche economiche favorevoli alle élite, mentre salari, servizi pubblici e sicurezza sociale venivano erosi. Ora attribuisce alla sinistra la crisi di credibilità prodotta dal centrismo stesso. L’articolo rivela inoltre una precisa divisione del lavoro politico: i moderati rivendicano il diritto esclusivo di rappresentare i collegi contendibili, mentre ai progressisti viene chiesto di limitarsi alle roccaforti sicure e di non modificare l’identità nazionale del partito. In altre parole, la sinistra può esistere soltanto finché non contesta realmente il potere.
Il problema, per l’establishment, è che questa strategia non funziona più. Sanders e i suoi alleati hanno trasformato il malcontento in organizzazione. E quando una forza politica costruisce strutture, forma militanti e conquista candidature nonostante l’ostilità dei grandi finanziatori, non basta più accusarla di estremismo. Il New York Times vorrebbe dimostrare che Sanders sta danneggiando i democratici. Finisce invece per mostrare qualcosa di diverso: la sinistra sta crescendo, l’apparato è sulla difensiva e, per la prima volta da molto tempo, non sembra sapere come riprendere il controllo.
Fonte:
https://www.nytimes.com
