Una rete del dissenso: navighiamo con le parole verso un nuovo Manifesto

Il 7 febbraio, a Roma allo Spin Time, si è tenuta la prima Assemblea pubblica della Rete del Dissenso, che noi, Pier Giorgio Ardeni e Ginevra Bompiani, abbiamo promosso. Perché abbiamo voluto questo incontro? Perché vogliamo creare una rete del dissenso?

Vorrei dire subito una cosa grossa: perché stiamo naufragando. Non solo la Sinistra, l’Italia, il cosiddetto “occidente”, ma il mondo intero (anche se dal Resto del Mondo tanti ci vorrebbero dire: «perché, adesso che siete voi a precipitare, pensate che tutto il mondo affondi con voi?»).
Il nostro mondo va in pezzi: abbiamo superato il limite che rende irreversibili alcuni cambiamenti provocati dal cambiamento climatico. E già si parla di accettare l’inevitabile e di attrezzarci per il peggio. Ma il peggio saranno uragani, siccità, oceani che si alzano, coste che vengono erose, città di mare allagate.
Ma il mondo sta naufragando anche in un altro modo: c’era un cosiddetto “ordine” internazionale che non c’è più e nessuno che lo sostituisca. Non abbiamo nostalgia di quell’ordine, basato su rapporti di forza economici e militari, scaturiti dalla Seconda guerra mondiale. Però era un ordine, basato su alcune regole; e chi fa saltare quest’ordine, lo fa in nome di una signorìa personale (Trump e la sua coscienza che lo autorizza a prendersi la Groenlandia) o divina (Israele e la terra promessa, che l’autorizza a distruggere e occupare Gaza), di cui non deve rendere conto a nessuno. Ma le regole, il diritto nazionale e internazionale, non sono cadute soltanto ai loro piedi: si sono cancellate dall’orizzonte atlantico, oppure qualcuno si sarebbe battuto per ristabilirle e qualche voce si sarebbe levata a condannare.
Molte voci, a dire il vero, si sono levate, molti corpi si sono battuti: voci e corpi del Dissenso, disarmati, pacifici e indifesi, che non hanno la potenza di cambiare l’ordine delle cose.
Al di qua di una voragine aperta davanti ai nostri occhi, il mondo che fu rimane in silenzio. Al di là, il resto del mondo, il mondo che è stato e che sarà, comincia a capire che cosa può fare senza di noi. Da questa parte, ciascuno cerca di salvarsi per conto proprio. Di là, si organizzano, si estendono, allacciano legami e trattati. Tutti sono pronti a combattere. Ma a combattere come? Senza regole? Senza limiti? Senza senno e giustizia?
Il mondo sta naufragando, ma non nel mare: nel vuoto. Un vuoto di verità e di ragioni, un vuoto di voci e di parole.
Se il linguaggio è deserto, rimangono solo la poesia e la rivolta, mi ricorda il mio amico Franco Berardi.
La poesia, certo, che sola può dire l’indicibile. Anche se, dice il poeta Wystan Auden, la poesia non fa accadere nulla.
«I poeti non possono nulla», aggiunge Bifo, «sono la voce dell’impotenza. I poeti non combattono. I poeti disertano. Disertano l’umanità, che non seppe far nulla quando i nazisti portavano sui treni le loro prede ad Auschwitz e non sa fare nulla ora che i sionisti sterminano le loro prede nella striscia di Gaza».
Eppure, come mai prima d’ora, siamo di fronte alla possibile estinzione del genere umano: il calo demografico è il suo termometro, il clima porta con sé la catastrofe, se non ci pensa prima qualche Stranamore col dito pronto sul bottone nucleare. Come fermarli?
L’altra strada, dicevamo, è la rivolta. Rivolta contro il potere, che è sempre potere degli Infelici Molti sui Felici Pochi. E chi sono questi ‘Felici Pochi’? Per saperlo bisogna leggere il bellissimo poema di Elsa Morante “La canzone degli F.P. e degli I.M.” nel “Mondo salvato dai ragazzini” (proprio quello che tanto speriamo!). Ma quasi non ci serve saperlo, è quasi meglio indovinarlo e soprattutto diventarlo! Siamo noi i Felici Pochi, o dovremmo esserlo, perché sebbene siamo moltissimi, sembriamo pochi in quanto inermi, inebriati e disorganici.
E come si fa la Rivolta? Ci sono molti modi di farla: scendere in piazza, sventolare bandiere, alzare la voce, pensare, cantare, gridare. Proferire un pensiero non conforme, un pensiero che sembra di sentire per la prima volta. Questo pensiero spaventa sempre il potere.  “Si sa che ogni tipo di F.P., per sua natura, quando non è sorvegliato, è sospetto alle Autorità”.  Siamo in tanti a dire un pensiero non conforme. Ma ognuno di noi parla per sé, o per i suoi vicini. Siamo in tanti, ma sparsi. Che cosa ci sparge e frammenta? Che cosa ci divide?
Sembra strano dirlo, ma sono le parole. E non perché ci dividiamo intorno al loro significato, ma perché proprio il significato è spesso più ampio, più ambiguo e più controverso dell’uso che ne facciamo.
Ogni parola contiene in sé la possibilità della disunione; e noi vorremmo scandagliare quella fenditura e riempirla di senso e di vita.
Perciò, in questo sito, ci saranno dei Forum dove presentare le parole in un modo nuovo, con i suoi enigmi, i suoi intoppi, quelli che i discorsi mainstream nascondono sotto l’ipocrisia e che sembrano creare fra noi delle frontiere.  Saranno parole di uso comune, politico e non solo: come tolleranza, uguaglianza, intelligenza artificiale, democrazia, pubblicità, sradicamento, restanza.. e tante altre.
Chiederemo ad alcune persone di prendere queste parole in mano, le registreremo e le proporremo ai vostri commenti e alla vostra discussione. E se queste discussioni, invece di dividerci, ci uniranno, allora potremo fare insieme un Manifesto per dire il mondo che vogliamo.
Ma per cominciare, dobbiamo smettere di pensare che quanto sta accadendo sia più forte di noi: non lo è il riarmo, non lo è il genocidio, non lo sono le tante guerre alla Palestina, al Venezuela, all’Iran, al Libano, a Cuba, non lo è il mondo dei potenti, non lo è predare la natura e sfruttare gli indifesi. Non abbiamo ancora misurato la nostra forza.
Alcuni però lo hanno fatto: la Sumud Flotilla l’ha misurata per la quarta volta, sulla propria pelle. E ha subito umiliazioni, fame, freddo, sete, calci, colpi, fratture per dare alle parole la spinta di cambiare. Un cambiamento minimo c’è stato, perché i cambiamenti pacifici sono lenti; veloci quelli violenti. Oggi, finalmente, il più grottesco, feroce, avido e imbecille degli Israeliani, rischia qualche piccola sanzione.. un granello di sabbia sulla bilancia su cui pesa il supplizio di centinaia di uomini e donne, venuti in soccorso di due milioni di esseri umani straziati da Israele. Noi li guardiamo con ammirazione e amore. E cerchiamo altre strade per raggiungerli. Non allestiamo barche, ma parole, per navigare verso le rive del nostro mondo a pezzi.
Siate con noi, siate numerosi. Non lasciamoci travolgere.

Pier Giorgio Ardeni e Ginevra Bompiani
24 maggio 26

2 commenti su “Una rete del dissenso: navighiamo con le parole verso un nuovo Manifesto”

  1. Ovviamente mi trovi perfettamente d’accordo in quello che hai scritto, anche perché personalmente non sono più riuscita a stare ferma dopo l’ inizio della guerra in Ucraina. Sono unità ad altre persone che hanno i miei stessi fini: cercare di alimentare amore su questa terra e non odio. Avanti tutta, c’è la dobbiamo fare

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  2. Ci sono parole che non servono a spiegare il naufragio, ma a non lasciarci affondare in silenzio. Questa rete mi sembra necessaria proprio per questo: perché il dissenso sparso diventi voce comune, senza perdere le sue differenze. Non barche, forse. Ma parole, corpi, musica, presenza. E il bisogno urgente di non restare soli davanti al buio.

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