CHI SONO I VERI COLLABORAZIONISTI?
Gaza sfida Hamas
Amin Abed non sa se domani sarà ancora vivo. Sta a Gaza. Stretto tra Israele in cielo, e tutto il resto in terra. Ma l’unica cosa che non gli manca, è il coraggio. E ha chiamato i palestinesi alla rivolta. “Che avete da perdere?”, ha scritto su Facebook con la mano che nel 2024, Hamas gli ha fratturato perché non scrivesse più. “Solo una tenda, e la schiavitù”.
Insieme ad altri attivisti, ha dichiarato il 26 giugno il Day of Rage. Il Giorno dell’Ira. E in Palestina non si parla d’altro. Per Hamas, non si tratta che di traditori. Collaborazionisti a libro paga del Mossad. Ma in realtà, la mobilitazione non è contro Hamas, è contro Israele: e contro tutti quelli che in vario modo, facilitano Israele. “E la verità è che Hamas fa il suo gioco”, dice Amin Abed. “Continua a fornirgli pretesti per ammazzarci e sfollarci. E costringerci ad andare via. Che è esattamente l’obiettivo di Israele. Continua a trascinare il conflitto nell’arena militare, in cui Israele è infinitamente superiore. E non c’è partita. E ora, a Gaza tutto è fermo perché si oppone al disarmo. Ma le sue armi non hanno la minima efficacia, sono armi che non valgono una goccia del nostro sangue: è tempo che Hamas si ritiri”, dice. “E consenta di salvare il salvabile”.
Per molti, i collaborazionisti sono piuttosto quelli di Hamas.
Tutto è iniziato da Hamza al-Masri. Youtuber da oltre un milione di follower. In un’inchiesta sui visti per cure urgenti all’estero, ha spiegato come funziona realmente il sistema, con nomi e cognomi dei funzionari di Hamas a suo dire coinvolti: per 20mila dollari, ti intestano la cartella clinica di un malato vero. E lasci Gaza. Quella Gaza in cui Hamas pretende che tutti gli altri restino. A ogni costo. A ogni condizione. Da allora, c’è un sit-in davanti all’ospedale al-Nasser. Che non è un ospedale qualsiasi: è quello in cui si dice che la Rad’a, la nuova unità di Hamas contro i dissidenti, abbia uno spazio per interrogatori e torture. Si dice nel senso che a dirlo, è l’ONU. Lo Human Rights Council. In un’indagine presentata il 15 giugno, ha esaminato 249 casi di pestaggi e aggressioni. Risultati in 108 morti.
Di cui 11, fucilati in piazza.
“Gaza è stata rasa al suolo da Israele, sì. Questa è la parte principale della verità: ma rimane solo una parte della verità”, dice Hala Hussein. “Gaza è finita in macerie anche perché per Hamas, non aveva che una funzione militare. Per Hamas, Gaza non è mai stata un’entità civile: ma una zona di contatto con il nemico. Un campo di battaglia. Hamas ha costruito i tunnel: ma nella sua strategia, nella sua pianificazione, dove erano i palestinesi? Non ha pensato a rifugi, vie di fuga. Protocolli di emergenza. Ha mai stimato realisticamente la reazione di Israele al 7 Ottobre? Per Hamas, Gaza è sempre stata un mezzo, invece che un fine”, dice. Hamas, dice, ha strappato il contratto sociale. In un sistema sano, le decisioni sono trasparenti. E i rischi sono condivisi, dice. Non è che la leadership sta sottoterra, nei bunker, e tutti gli altri sopra. Soli. Oggi, dice, ricostruzione significa anche rispondere a queste domande. Quale è il rapporto tra resistenza e società? “La resistenza va ridefinita in un progetto nazionale complessivo. Non può essere una cosa a sé, che travolge tutto e tutti”.
Le richieste del 26 giugno sono basilari. Vogliamo vivere, dice l’appello.
Vogliamo essere ascoltati.
E vogliamo scegliere i nostri rappresentanti. Il 25 aprile, in West Bank si è votato per il rinnovo dei sindaci, e a Gaza, si è votato anche a Deir al-Balah, ma il voto, ovviamente, è stato un voto simbolico. A regnare, al momento, sono i topi e la fame. Le municipalità non hanno potere. La tregua viene violata una media di 13 volte al giorno E non sta entrando che il 36% dei tir di aiuti concordati. Ma per molti, è stato comunque un primo passo. Non vogliono né Israele né Hamas: ma né vogliono il Board of Peace.
Vogliono elezioni. Elezioni vere.
“Non so come andrà, venerdì. Ma parlarne è importante. E giusto”, dice Atef Abu Saif, un altro a cui Hamas ha fratturato la mano con cui scrive. E svariate altre ossa. “Il problema è anche Fatah. Che non ha le idee chiare. E tace”, dice. “Ma il 26 giugno è la prova di come Gaza non sia solo orfani, feriti, amputati. Gaza ha in sé le energie, la forza per ricominciare. Gaza non è solo vittime: è tanto altro”. Anche la stampa internazionale tace, dice. Pensando che chissà chi c’è dietro. “Ma a Gaza, non è che se sei contro Hamas sei con Israele. A Gaza non hai solo Israele o Hamas, Hamas o Fatah, Fatah o il Board of Peace. A Gaza, prima di tutto hai i palestinesi”.