La settimana scorsa, un’operazione speciale delle forze dell’ordine ha tenuto Roma in ostaggio per qualche ora. L’intento dichiarato era quello di proteggere cittadini e turisti nelle zone più colpite dalla piccola criminalità, tra cui la stazione Termini, Ponte Milvio, il quartiere Trastevere. Il lavoro ha richiesto, oltre che una spaventosa geometria di posti di blocco, anche l’utilizzo di droni, per «sorvegliare dall’alto le piazze più affollate e i punti sensibili, ottimizzando il coordinamento dei militari sul terreno». Tra i crimini sventati, leggiamo, «lo scippo di una catenina d’oro in via Giolitti, il furto con destrezza di un marsupio ai danni di una turista indiana». Non è certo la prima volta che accade, eppure sarebbe bene prestare maggiore attenzione a quest’ultimo dettaglio, dal momento che l’utilizzo dei droni per il controllo dei cittadini, per la loro «sicurezza», non è che il riflesso delle pratiche di guerra messe a punto negli ultimi anni. A Gaza, i palestinesi hanno ribattezzato i droni israeliani con il nome di Zanana, «zanzara», «rumore fastidioso», per via del loro ronzio inquisitorio e incessante. Ancor più delle esplosioni, questo ronzio si è imposto come il suono distintivo del genocidio, la presenza di un nemico invisibile in ogni momento della giornata. È il drone, in continua ricognizione, a precedere l’arrivo dei missili, a sorvegliare i sadici sfollamenti da un campo profughi all’altro, a scovare gli «obiettivi mirati», a mappare al millimetro il territorio. Molti bambini, troppo piccoli per aver conosciuto il silenzio, si addormentano sotto l’unica ninna nanna dei droni. Questi, dunque, non denunciano soltanto il genocidio in corso ma ne rivelano anche la natura e gli aspetti particolari, la sorveglianza feroce, il logoramento progressivo del corpo e della mente. Che adesso entrino a far parte dell’amministrazione interna delle città, che adesso sia possibile ascoltarne il rumore in una tranquilla passeggiata sul Tevere, ci ricorda, ancora una volta, quanto Gaza sia la misura del nostro tempo. Ciò che accade lì, diventa sempre più chiaro, non è che un primo esperimento, un laboratorio di nuovi esercizi del potere. Per questo, guardare alla violenza nella Palestina occupata ci è necessario per comprendere ciò che qui, in una Roma occupata dai droni e dai turisti, è dissimulato come protezione e benessere dei cittadini.
Per approfondire l’accaduto:
https://www.romatoday.it/cronaca/droni-arresti-carabinieri-termini-movida.html